E’ raro trovare libri che coniughino ampiezza e profondità di campo come riescono a fare D’Elia e Nicolaus in questo lavoro sulla condizione umana contemporanea, a partire dall’ipotesi (già efficacemente enunciata dal titolo) secondo cui il capitalismo, in quanto sistema socio-economico pervasivo, sta minando le fondamenta stesse della nostra umanità, imponendo linee politiche, valori sociali, modelli di relazione e stili di vita funzionali agli interessi dell’economia globale ma incompatibili con i più essenziali bisogni bio-psico-sociali della nostra specie. 

Intendendo estensivamente l’essere umano come sapiens, gli Autori si avvalgono di un metodo interdisciplinare che incrocia i paradigmi della biologia e della psicologia evoluzionistica per studiare il soggetto umano a partire dalle sue origini filogenetiche di cacciatore-nomade, e sviluppare una riflessione sull’umano che integra diversi domini del sapere, dall’antropologia, alla sociologia, all’ economia, alla psicologia. 

Mentre ci stiamo godendo il panorama, rapiti dalla promessa di successo e felicità, dalla rappresentazione di un progresso inesauribile e sempre migliorativo, e da una narrativa culturale che ci persuade che quello che stiamo vivendo è non solo il migliore, ma anche l’unico dei mondi possibili, non ci accorgiamo di essere sottoposti a richieste che interferiscono sistematicamente con l’organizzazione e il funzionamento della nostra mente paleolitica, dotazione che ha rappresentato il grande vantaggio evolutivo per la nostra specie. 

Gli effetti nocivi sull’essere umano e sul suo ecosistema sono sotto gli occhi di tutti, e gli eventi degli ultimi tempi non fanno che esasperarne l’imponenza e la gravità: crisi climatica, guerre, disuguaglianze sociali, modelli di sviluppo scellerati, erosione dei diritti umani fondamentali, perdita di prospettive sul futuro, isolamento sociale, aumento dei livelli di angoscia, depressione, violenza, e l’elenco potrebbe proseguire a lungo. Uno scenario che gli Autori non esitano a dipingere con tratti apocalittici, probabilmente allo scopo di scuotere le nostre coscienze per contrastare lo stato di torpore, assuefazione e impotenza che in qualche modo affligge tutti noi. 

Se dunque i toni potrebbero talora prestare il fianco a critiche di catastrofismo o di nostalgia reazionaria, l’intenzione che anima gli Autori è tutt’altro che pessimistica: ciò che fanno è provare a gettare le basi per quello che si profila come un manifesto culturale e politico, una esortazione alla resistenza e alla salvaguardia di ciò che di umano ci rimane, delle “ragioni più profonde che ci legano indissolubilmente alla nostra umanità più originaria”. 

Ben lontani da qualsiasi pretesa di esaurire la complessità delle questioni che un discorso di così ampia portata mette in campo, e sempre molto attenti a evitare i rischi di generalizzazioni o semplificazioni, gli Autori uniscono i puntini, mostrano i nessi e le implicazioni tra fenomeni solo apparentemente distanti tra loro, fino a restituirci un quadro d’insieme che si rivela fondamentale per cambiare il nostro sguardo e per interrogarci su chi siamo e su quale mondo stiamo abitando. 

Le sfide che oggi si pongono all’umanità, e a ognuno di noi, riguardano fenomeni di fronte ai quali ci troviamo disorientati e sprovveduti, perché si tratta di quegli “oggetti ipercomplessi”, che il filosofo T. Morton ha definito per indicare fenomeni inafferrabili dalla mente umana, che sfuggono alla comprensione e al controllo perché evocano un’emotività troppo evanescente da potersi trasformare in un’azione politica. 

Con un’analisi puntuale, sostenuta dai più recenti contributi della letteratura scientifica, gli Autori fanno una ricognizione dei meccanismi attraverso cui il capitalismo agisce come un sistema virale, che innerva ogni dimensione della nostra civiltà, orientando le scelte dei governi del mondo, le istituzioni, fino a colonizzare i desideri, gli obiettivi, le scelte quotidiane di ognuno di noi. 

Ciò che emerge è il dato sconcertante per cui proprio l’altissima capacità di adattamento ha progressivamente e inavvertitamente portato il sapiens a piegarsi a condizioni di vita che sacrificano i più essenziali bisogni bio-fisiologici, psicologici e sociali della nostra specie, fino a derubricare la natura umana a variabile di disturbo, il bug di un sistema che antepone gli interessi della propria espansione a qualsiasi principio umanistico e umanitario. Come gli Autori ampiamente documentano, i costi a carico della qualità della vita e della salute delle persone, delle comunità e dell’ambiente sono incalcolabili: il predominio delle logiche proprie a una cultura (addirittura una metafisica) neoliberista sta costruendo un habitat che ha la caratteristica paradossale di sfavorire le possibilità di conservazione e sopravvivenza dell’umanità che lo abita. 

Una situazione che viene esacerbata dalla migrazione verso i mondi virtuali, che disegna nuovi scenari esistenziali, in gran parte ancora inimmaginabili e che, a giudizio di ormai numerosi commentatori, configurano una trasformazione antropologica senza precedenti nella storia dell’umanità. 

Questa deriva si ripropone drammaticamente anche sul piano psicologico e individuale, nella percezione e nell’esperienza del soggetto nel suo rapporto con sé stesso e con la realtà, perché il soggetto contemporaneo appare culturalmente sempre più sfornito di strumenti e codici capaci di restituirgli lo spessore di una sua propria soggettività, il contatto con la complessità piena di senso di ciò che significa “essere se stessi” e perciò singolari, diversi, incarnati, fragili. Il patrimonio umanistico, e con esso il valore della riflessione, del pensiero critico, dell’incertezza, vengono sostituiti da algoritmi che riducono il soggetto a utente, profilo, informazione da manipolare e capitalizzare. Se ciò che conta è apparire, anche l’intimità, il privato, gli affetti si trasformano in oggetto da esibire per aumentare la propria popolarità. Un esempio evidente di questa disconnessione da sé è la rappresentazione negativa della sofferenza e, con essa, il rigetto della crisi, dell’imperfezione, del limite, caratteristiche dell’umano evidentemente inconciliabili con gli standard di adeguatezza, performatività, competitività richiesti alle persone. 

L’assenza di una convalida sociale, se non anche di categorie mentali e linguistiche per una comprensione esistenziale di sé, è concomitante alla crisi strutturale della tensione dialettica tra individuo e società: sono venuti meno i presupposti stessi del conflitto individuo-società perché oggi il potere del sociale agisce in modo pervasivo e impersonale, attraverso meccanismi di omologazione e assimilazione che saturano il soggetto e che, eliminando le controparti, rendono impensabile qualsiasi sorta di opposizione. 

Se è vero che il mondo è cambiato, che è cambiato il soggetto e i contesti culturali, sociali, relazionali entro cui l’individuo si forma e si sperimenta, diventa quanto mai urgente anche una riflessione da parte di chi per mestiere si occupa dell’umano e della sofferenza psicologica. Si apre così un tema già introdotto da D’Elia in una precedente pubblicazione (2024), che riguarda la funzione sociale e la responsabilità politica del nostro agire clinico. 

Nonostante una storica tendenza all’isolamento, non fosse che per la natura apparentemente solitaria del nostro mestiere e per il raggio di azione circoscritto all’individuo o ai piccoli gruppi, è fondamentale interrogarci sul contributo che diamo all’immaginario e alla cultura psicologica nella civiltà moderna. Agiamo all’interno di un mandato sociale che, mentre nel contesto socio-culturale del secolo scorso poteva identificarsi nella promozione della resilienza del soggetto, oggi sarebbe opportuno riconsiderare come mandato della “resistenza” di un soggetto che, attraverso la sofferenza, dà l’estremo segnale di una presenza soggettiva che non accetta di consegnarsi a un mondo che, di fatto, non lo prevede. 

Sono molte le sollecitazioni che il libro offre e questo è uno dei molti pregi del lavoro di D’Elia e Nicolaus. E molte sono le domande che si sollevano nel corso della lettura, prima fra tutte: che cosa possiamo fare per disinnescare il cortocircuito di un progresso che rischia di proiettare l’umanità verso la sua distruzione? 

I segnali di una ricerca di vie alternative certamente non mancano: forme di attivismo umanitario, iniziative di sensibilizzazione all’eco-sostenibilità, movimenti solidaristici, modelli per un’economia etica, sperimentazioni di progetti educativi e abitativi solidaristici…. Si tratta di azioni concrete che provano a rimettere al centro i valori dell’umano e dell’ambiente di cui l’umano è parte, ma sarebbe ingenuo credere che un sistema così potente e strutturato quale quello che organizza la nostra civiltà possa modificarsi senza una presa di coscienza collettiva e l’apertura a un nuovo paradigma culturale. 

A questo tema è dedicato il capitolo conclusivo, a cura di Nicolaus, dove viene discussa un’analisi comparativa tra il paradigma individualista e competitivo del self-made man delle nostre società occidentali e la cultura dell’ikigai tradizionale di Okinawa. La popolazione di quest’isola è oggetto di particolare interesse da parte dei ricercatori, per i suoi elevati indici di salute, longevità e benessere e per stili di vita molto più funzionali alle caratteristiche e ai bisogni naturali, psicologici e sociali della mente paleolitica del sapiens

È una realtà circoscritta e sappiamo che a due passi da Okinawa le persone vivono in società dove trionfa il modello capitalistico, ma ci dà prova del fatto che è possibile costruire forme di civiltà umanamente più sostenibili. 

È a questa consapevolezza che abbiamo bisogno di lavorare, per favorire l’innesto di micro-narrative che rimettano al centro valori non negoziabili, quali l’altruismo e la cooperazione, la dignità, il rispetto di sé e dell’altro, della Terra che ci ospita. Le pagine conclusive suonano come un inno a un amore di specie inteso come “salto di coscienza da individuo a soggetto collettivo”, da cui dovrà passare il percorso dell’essere umano o, come scrive Pievani, del “divenire umano”.


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